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| LA STORIA - Le Chiese |
| Le notizie di carattere storico,
economico e geografico sono state tratte dal libro diLuciarosa Melzani:
Bagolino. Storia di una comunità, edito da GM &
Ti di Ciliverghe (BS).
Testo a CURA della BIBLIOTECA COMUNALE DI BAGOLINO
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La
Chiesa di San Giorgio
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LA STORIA
I
lavori subirono un rallentamento durante la peste del 1630, così
la chiesa, nonostante fosse affrescata da Palma il Giovane in alcune
parti della navata e certi altari fossero già collocati,
presentava ancora la volta del presbiterio e il catino absidale
incompiuti. I lavori proseguirono dopo la peste, usando del materiale
che doveva essere trasportato da Condino, e nel 1636 la chiesa fu
completamente terminata. Ripresero così a lavorarvi pittori
e affrescatori per completare la decorazione. Il "Duomo"
di Bagolino sovrasta dall'alto il paese che sembra tutto raccolto
ai suoi piedi a semicerchio (le due estremità del cerchio
si ingrossano e formano i due quartieri: Visnà dallaparte
destra della chiesa e Cvril dalla parte sinistra). La facciata,
massiccia, è a capanna adornata da semplici graffiti, interrotta
solo da una semplicissima trifora e scandita da un elegante pronao
formato da sette archi che danno un suggestivo effeto di pieno nella
parte alta e di vuoto nell'inferiore. Probabilmente si risente nel
gusto l'influenza di Venezia. Il materiale e la mano d'opera per
la costruzione del portico sono stati forniti dalla famiglia Versa.
Si legge sul basamento della lesena dell'arco di accesso di sinistra
del pronao: MARTI + VERSA - F. SVO - FILIOL? - DA - B. Gli stessi
Versa donarono contemporaneamente il portale di sinistra. Il campanile
innalzato nel 1681 ne sostituisce uno precedente che sorgeva a fianco
dell'entrata di destra e termina con una cupola che appoggia sopra
un tamburo ottagonale. Da dipinti anonimi e del Moreschi si vede
che la cima terminava con un'alta guglia, distrutta probabilmente
dall'incendio del 1779.
L'INTERNO
L'interno si presenta come un grande vano a botte
liscia illuminato da otto finestroni semicircolari corrispondenti
alle otto cappelle laterali, quattro per lato, intervallate da doppie
lesene che contribuiscono a dare una sensazione di maggiore altezza,
ciò che altrimenti mancherebbe in una chiesa a vano-unico
con volta a botte. Il presbiterio anch'esso coperto a botte, ma
più basso, si conclude con un'abside semicilindrica che all'esterno
si presenta poligonale. Si hanno contemporaneamente una sensazionedi
vasto e monumentale, accentuata anche dalle quadrature architettoniche
di Sandrini e Viviani, e una sensazione di raccoglimento e sacro,
creata dall'unica navata e dagli alti nicchioni laterali. Senzazioni
tipiche di centralità e di maestosità post tridentine
e secentesche. Infatti la prepositurale di Bagolino rientra nelle
numerose chiese costuite nella provincia bresciana nel '600 che
seguono lo schema composito e strutturale delle chiese del tardo
'500 cioè a vano unico e volta a botte, diffusosi dopo il
Concilio di Trento.
GLI AFFRESCHI
Notiamo immediatamente la volta affrescata,
secondo il gusto e le strutture tipiche del XVII sec., di cui Tommaso
Sandrini (1575 - 1630), caposcuola delle quadrature in Brescia,
è l'autore. Con straordinaria bravura egli riuscì
a creare una perfetta illusione ottica così da raddopiare
l'altezza della navata incorporando gli otto finestroni. Le colonne
delle logge appoggiate su mensole sembrano continuare le lesene
delle pareti e aumentano così la sensazione verticaale ella
navata. Camillo Rama (1585 - 1630?) è l'autore degli affreschi
inseriti nelle quadrature. Nella prima è raffigurato il martirio
di S. Vigilio vescovo di Trento; nella seconda la gloria della Vergine
Maria. Queste due, affollate di personaggi bloccati in atteggiamenti
stereotipati, non sono preferibili al terzo medaglione, sempre dello
stesso autore dove la tragica e semplice scena di S. Giorgioche
uccide il drago è, al contrario, dinamica. L'ultima scen:
la Sacra Famiglia, fu aggiunta da Gaetano Cresseri durante i restauri
del 1898. Sempre il rama, alunno di Palma il Giovane, continuò
l'opera affrescando i restanti nicchioni e le scene dell'esodo situate
tra le doppie lesene. Nel primo nicchione di destra troviamo l'altare
di legno più sobrio di tutta la chisa, formato da tre piani;
la mensa vera e propria, un'alzata che incorpora due quadri di piccole
dimensioni (S. Angela Merici e la beata Versa Da Lumi) e un altro
basamento sul quale poggiano due colonne tortili che sostengono
una trabeazione adornata da tre angioletti; La soasa, come la tela,
doveva essere senz'altro già nella chiesa precedente, La
tela, S. Agostino e S. Monica con la Vergine e il Bambino, è
sempre stata attribuita a Pietro Ricchi, detto il Lucchese, però
da un serio confronto con le opere di questo autore presenti a Bagolino
e nella provincia, l'attribuzione risulta insostenibile. Fappani
l'attribuisce a Pietro Marone, al quale rimandano parecchie caratteristiche:
il manierismo, tipico nel bresciao a cavallo tra il XVI e XVII sec.,
e i colori di gusto veneto. Nel secondo nicchione di destra, in
un altare ligneo barocco, troviamo inserito un quadro: S. Lorenzo
tra S. Giovanni battista e S. Pietro, attribuito a Francesco Torbido.
L'altare testimonia in maniera chiara il gusto per secentesco dell'"horror
vacui"; infatti non esiste un piano liscio ma tutta la composizione
e persino le colonne sono arricchite di motivi floreali (nastri,
ghirigori), tanto che a malapena si intravedono i tre angioletti
che fingono di sorreggere il quadro e gli altri nove e le tre testine
inseriti nell'esuberanza soasa. Deliziose figurette negli intrecci
sono l'omino con le larghe "braghe" secentesche, a destra,
e la donna con la collanina di coralli rossi (tipica tra le nostre
contadine) a sinistra, nella parte bassa della soasa. In una scritta
posta in alto si leggono l'anno 1662, e il nome del committente.
L'attribuzione a Torbido non fu molto facile, anche se già
il Vasari ne parlava: "... e fece (Torbido) una tavola che
fu portata a Bagolino, terra delle montagne di Brescia". In
seguito, forse per un errore di trascrizione, e confondendolo con
il soprannome del pittore, il Da Pozzo lo assegnò a Battista
del Moro, genero e allievo del Torbido soprannominato, appunto,
il Moro. Ma il volto di S. Pietro assorto nella lettura è
tra gli esempi più felici della ritrattistica del Torbido,
una specialità nella quale era particolarmente aprezzato.
Questo dipinto, caldo e luminoso nel colore, è databile tra
il 1525 e il 1530; non è ancora rotto infatti dalle cadenze
manieristiche di Giulio Romano, che influenzò più
tardi il pittore. Il Torbido fu eclettico, aperto alle più
varie suggestioni; in questo quadro si riscontra l'influsso del
latti negli angeli e del Giorgione nella calma tranquillià
dei personaggi, sottolineata dai colori tipici della scuola veneta,
ma qui il gusto, il canone delle figure è un pò rozzo,
più provinciale. Ai lati dell'altare, sulle pareti del nicchione,
spiccano le figure affrescate di S. Geronimo e S. Ilarione e le
allegorie della Carità, Fede e Speranza, sicuramente attribuibili
a Palma il Giovane che lavorò pure agli affreschi del nicchione
di sinistra (S. Anna e S. Gioaccihno, le storie di Giuditta e Oloferne).
Purtroppo l'artista non potè completare la sua opera dato
che morì un anno dopo il termine della costruzione della
chiesa e venne sostituito da Camillo Rama. Le belle figure dei Santi,
proporzionate e illuminate dalla tipica luce di Palma il Giovane,
non possono minimamente essere accostate alle goffe e bloccate figure
affrescate nei restanti nicchioni.
Tra il secondo e terzo nicchione si trova un pulpito con bassorilievo
raffigurante Cristo che predica alla folla, opera di un anonimo
intagliatore del '600. L'opera anche se criticabile per la sproporzione
delle figure, il groviglio dei personaggi, le loro teste grosse,
ricorda l'ingenua freschezza dell'opera dei Naifs. La tradizione
vuole che il viso del Cristo sia il ritratto del padre Borra che
predicò nella Quaresima del 1624.
Nel 3° nicchione vediamo una soasa barocca: in alto campeggiano
quattro angioletti che terminano la soasa formata da due robuste
e ricche colonne. La tela centrale, trasportata dalla chiesa di
S. Lorenzo nel 1804 e adattata all'altare (perdendo la sua forma
centinata con l'aggiunta di due strisce ai lati) rappresenta la
Sacra Famiglia con S. Rocco, S. Aniano, S. Marco e S. Sebastiano.
L'autore è Pietro Rosa, allievo del Tiziano ma per il suo
eclettismo questo quadro fu per parecchio tempo attribuito a diversi
pittori. Nel dipinto si vede S. Marco che chiama dal dischetto di
calzolaio S. Aniano; da notare la semplice ma efficace natura morta
del dischetto, raffigurato con tutti gli attrezzi che mostra una
tipica impronta di pittura bresciana. Affiancano la scena S. Sebastiano
a destra e S. Rocco a sinistra. In alto la Sacra Famiglia è
di impronta tizianesca. Nella base delle due colonne due quadretti:
a sinistra S. Gaetano, a destra la B. Orsola che non hanno un grande
valore artistico e probabilmente sono opera di Bernardino Boni,
pittore bresciano del '700.
L'altare di stucco e marmo del 4° nicchione è semplice,
arricchito nella parte superiore da due angioletti che indicano
la lapide posta al centro del timpano. Vi campeggia la tela che
raffigura Cristo risorto tra Santi, opera di Giacomo Barbello (sul
cartiglio che esce dal libro in basso a sinistra si legge: "G.
JACOBUS BARBELLUS CREMENSIS PINGEBAT 1643"). La luce è
particolarissima e si differenzia da quella che abbiamo visto nelle
altre tele: qui è protagonista; cadendo dall'alto forma i
panneggi e le figure e mette in risalto i colori tenui ma efficaci
dei manti. Questi dimostra la provenienza dell'artista dalla scuola
bolognese.
L'organo, posto in cantoria "in cornu epistolae", è
opera dei fratelli Serassi, la più importante famiglia di
organi lombardi operanti nel XVIII e XIX sec. e sostituì
quello degli Antegnati (fine '500) che fu gravemente rovinato dall'ncendio
del 1779.
Le quadrature della volta dell'abside e del presbiterio furono eseguite
da Ottavio Viviani, dopo la morte dei precedenti artisti a causa
della peste del 1630. L'incoronazione di Maria Vergine è
del Lucchese ed è ben inserita nelle quadrature barocche.
Anche questi affreschi furono danneggiati dall'incendio dell'organo
e, nel restauro del 1890 hanno perso in gravità e solennità.
L'altare maggiore, opera dell'abate Gaspare Turbini, è maestoso
ed elegante grazie al verde antico del marmo sottolineato da quello
bianco e impreziosito dai bronzi dorati (1794 - 99). La pala fu,
come si legge in basso, donata nel 1703 dal rev. Andrea buccio al
pittore Andrea Celesti; rappresenta in alto la SS: Trinità
e sotto S. Giorgio che uccide il drago. Interessante il confronto
fra questa scena e quella affrescata da C. Rama nella volta. Nell'affresco
secenteco vi è movimento, i colori sono cupi ed oltre i personaggi
essenziali vi è solo un tocco macabro negli scheletri sparsi
sul terreno. Nel quadro del Celesti i personaggi sono più
numerosi: in alto la SS. Trinità, in basso S. Giorgio che
non si cura più del drago, già ferito, la tipica dama
del '700 non è molto turbata dalla presenza del mostro e
un putto regge lo scudo. Sullo sfondo un arioso e bel paesaggio,
crea un'aria quasi irreale e gioiosa.
Non sempre esposto è un paliotto con 8 Santi, la Vergine
con S. Rocco e S. Antonio tra motivi floreali. L'opera è
formata da rettangoli di cuoio cuciti assieme. L'autore è
probabilmente del posto, visto il materiale grezzo usato e l'ingenuità
della composizione, però si tratta di una valida testimonianza
di arte popolare.
Nel 4° nicchione di sinistra perfettamente inserita in un altare
di stucco e marmo, c'è una crocifissione lignea. Al cemtro,
su un cielo cupo, spicca una croce con la bella e proporzionata
figura del Cristo. Il Crocifisso coòposto e curato nei particolari
contrasta con le altre statue che stanno ai piedi della croce; qui
i visi sono gonfi, deformi, bloccati in una smorfia di dolore, forse
per sottolineare la differenza tra la pace del Cristo e la perturbabilità
e la passione degli uomini. Tale differenza è probabilmente
casuale dato che gli autori sono diversi: inftti le figure tozze,
le mani grosse, i capelli molto più mossi dei tre fedeli,
ricordano le figure trentine, non si avvicinano alla perfezione
del corpo del Cristo, modellato con gusto e armonia rinascimentali.
Nella cimasa troviamo un quadretto del Lucchese raffigurante S.
Michele che libera le anime del Purgatorio.
Il 3° nicchione di sinistra racchiude più opere: vi è
collocata la Madonna di S. Luca, l'altare è detto anche del
S. Rosario perché la pala è circondata dai 15 misteri.
Le pareti affrescate da Palma il Giovae. La soasa è il capolavoro
di Giacomo Faustini, intagliatore della bassa bresciana e non può
reggere il confronto con i Boscaì, più validi e famosi
suoi contemporanei. Due eleganti statue che reggono senza sforzo
una ricca e elaborata cimasa, sono appoggiate su alti plinti, affiancati
da dua angeli; il tutto è sostenuto da altre cariatidi in
posa sforzata oppure inginocchiate, accostate da due figurette danzanti
in bassorilievo, rivolte verso l'immagine della Madonna di S. Luca.
Al centro c'è la tela del Gandino, inserita in quadretti
dipinti sulla stessa tela, ognun con la sua cornice, raffiguranti
i misteri del rosario. Nell aparte bassa un affollamento di personaggi
nella processione che si snoda tra le due figure di S. Domenico
e S. Caterina. La leggenda racconta che il quadro della Madona di
S. Luca fu preso nel castello dei conti di Lodrone, distrutto durante
una ribellione dei bagossi, ma il quadro continuava a tornare al
suo posto primitivo e solo dopo una solenne processione rimase nella
chiesa di S. Giorgio. La tavola è opera di uno dei "madonnari"
che stabilitisi, a Venezia, tramandarono per parecchi secoli questo
tipo di pittura (dal XIV al XIX sec.). G. Panazza colloca questo
quadro tra la fine del XV sec. e l'inizio del XVI, definendo l'opera
"uno dei più raffinati esemplari prodotti in questo
campo". La tavola originale comunque viene scoperta ogni cinque
anni con solenni cerimomie e quella che si vede è solo una
copia.
Nel secondo nicchione di sinistra, trasportato nel 1804 da S. Rocco
e inserito in una semplice soasa secentesca, troviamo una tela,
attribuita al Tintoretto, che rappresenta in alto la SS. Trinità,
al centro S. Basilio attorniato da S. Sebastiano, S. Bernardo, S.
Marco e S. Rocco, tutti illuminati dalla luce emanata dalla SS.
Trinità. Il quadro è discusso: dallo Zenucchini è
attribuito al Tintoretto (gli fu commissionato nel 1585 dai massari
di S. Rocco di Bagolino);, la Zanetti invece lo fa iniziare dal
Tintoretto e concludere da Marco Pellegrino, suo migliore allievo;
il Panazza nomina solo Marco Pellegrino. Probabilmente il quadro
è nato sotto la direzione del maestro e suoi dovrebbero essere
i bozzetti prepartori.
Nel 1° nicchione di sinistra, sempre in una soasa secentesca,
troviamo una tela di Camillo Rama. Le tre figure, S. Carlo, S. Domenico
e S. Lorenzo, vivono in forma propria su uno sfondo unicolore che
sottolinea maggiormente la loro solitudine.
Nella parete di fondo, sopra la porta principale, c'è un
enorme quadro (60mq), di Pietro Marone, che originariamente si trivava
nel refettorio dei canonici regolari della parrocchia di S. Giovanni
a Brescia, e venne portata qui nel 1804 (il monastero era stato
soppresso nel 1784). In questa tela è chiarissima l'influenza
del Veronese; a lui rimandano la scena del convito inserita in un
ambiente architettonico, la concezione gioiosa, il colore limpido,
l'accostamento delle tinte semplici e naturali.
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La
Chiesa di San Giuseppe di Ponte Caffaro
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LA STORIA
Dopo la bonifica del Pian d'Oneda completata nel
1863 si rende necessaria, causa l'aumento dell apopolazione stabile,
la costruzione di una nuova chiesa in luogo del millenario eremo
di San Giacomo ormai insufficiente e situato fuori muro rispetto
al nucleo del paese.
La decisione viene presa nell'inverno del 1873 da un gruppo di padri
di famiglia riuniti in casa del curato.
A donare il terreno su cui sorgerà la parrocchiale è
la signora Bignota ved. Scalvini mentre il progetto viene afidato
all'architetto Pellini di Varese che disegna la chiesa su copia
del duomo di Breno. Alla costruzione concorre il popolo che offe
calce e sabbia in misura sufficiente anche per le murature dell'anno
dopo. Manovali e muratori, a titolo gratuito, scavano le fondamenta;
in meno di due mesi i muri della parrocchiale sono già alti
m. 1.20 con una minima spesa di L 830. Sopravvengono difficoltà
finanziarie talchè viene organizzata una questua in loco
e nei paesi vicini che porta i suoi frutti: la Fabbriceria di bagolino
offre un assegno di L 1.100; i f.lli Fenoli raccolgono offerte in
piante di larice e abete necessarie per i lavori; il parroco di
San Giacomo rinuncia al suo stipendio che versa al Comitato, al
suo vitto provvedono a turno le famiglie del paese. Nel limite della
loro disponibilità le donne donano le uova che in quei tempi
difficili costituisocno preziosa moneta di scambio per piccoli acquisti
(bottoni, refe, ecc.); seguono altre offerte anche dai paesi vicini.
Grazie ai numerosi contributi la Parrocchiale viene portata a termine
nell'anno 1880:
A ricordo dei lavori resta un'epigrafe scritta sull'arcata del volto:
ERECTIONI PERVENIT
OPTATIS AUSPICATISQUE
DIEBUS JIUBILEI EPISCOPALIS
PII PAPAE IX
La nuova chiesa è ancora congiunta con la Parrocchiale di
bagolino da cui dipende e bisognerà attendere sino all'anno
1958 quando, con il decreto ufficiale del Vescovo Giacinto Tredici,
la chiesa di Ponte Caffaro viene eletta a parrocchia indipendente
e divisa dalla Parrocchiale di San Giorgio in Bagolino.
All'erigenda chiesa di Ponte caffaro che prende il
titolo di Parrocchiale di san Giuseppe, informa il Dionisi, vengono
assegnati beni mobili per l'importo di di L 1.200.000 e beni immobili
quali: casa di canonica abitazione mapp. n. 8376; terreno al mapp.
n. 3995 prato arborato di Ea. 023.90; mapp. n. 9625 (fabbr. acc.
urbano Ea. 0.0010 R.D - R.A..) ceduto dalla fabbriceria parrocchiale
di Bagolino.
A ricordo di questo avvenimento il decreto vescovile recita: "in
memoria di questo dismembramento ed erezione ed in segno di riconoscenza
verso la chiesa matrice di San giorgio in bagolino, quello che sarà
il Parroco di San giuseppe in Ponte Caffaro inviterà il Parroco
di Bagolino nel giorno del titolare o in altra festa solenne a celebrare
la S. Messa ed a cantare i Vespri".
L'INTERNO
Conserva gli affreschi del Trainini che adornano
il presbiterio ed i medaglioni della volta ed una tela di Josephus
Salviatus (G. Porta) che rappresenta la Madonna col Bambino.
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La
Chiesetta di San Valentino
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E' documentato che a Ponte caffaro, in cima alla
strda dei Palus, vi era una chiesetta dedicata a San Valentino,
protettore contro le febbri maligne che infestavano la zona.
La chiesetta era ancora esistente nella seconda metà del
secolo XVII. Un estimo sel Pian d'Oneda del 1674 da le misure e
la pianta della chiesa, braccia 11x6, e della sacrestia, braccia
7x6".
Fappani cita anche il testamento di Francesco q. Vincenzo Fanzoni
detto Gogella (luglio 1705) dove si legge che vengano disposti 100
troni per San Valentino "che si va fabbricando".
Dopo che un'inondazione del Caffaro avvenuta nel 1840 distrugge
la chiesetta, il culto di San Valentino viene trasferito
in una cappella di San Giacomo ora adibita a sacrestia.
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L'Eremo
di San Giacomo in Caselle
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LA STORIA
L'Eremo
di San Giacomo situato sull'antica strada reale che conduce nel
Trentino si presenta, oggi, come un insolito quadro d'altri tempi.
E' antichissimo. Fondato verso il decimo secolo, unitamente ad un
ostello per pellegrini, dai monaci Benedettini di San Pietro in
Monte Orsino di Serle che avevano il compito di bonificare la zona.
La chiesa è ricca di storia data la sua ubicazione: costruita
su terra di confine fu spesso il centro di violente contese tra
il Comune di bagolino ed i Conti di Lodrone che, come signori dei
luoghi, rivendicavano il possesso del Pian d'Oneda, terra su cui
sorge la chiesa.
San Giacomo rivestì sempre una grande importanza per la diocesi
di Trento che già nel tredicesimo secolo, in persona del
Vescovo Vanga, sollecitava i fedeli con indulgenze per ottenere
elemosine ed aiuti per restaurare la chiesa e l'ostello. I bagolinesi
si occupavano del mantenimento della chiesa e pagavano ogni domenica
un curato perché celebrasse una messa in San Giacomo; il
Comune si faceva carico di nominare un "massaro" che provvvedeva
ad amministrare la chiesa ed i beni annessi, compresa l'osteria.
Si elencano di seguito alcuni eventi nei quali fu coinvolta questa
chiesa:
24 LUGLIO 1475: i Lodrini portano un loro sacerdote
a celebrare la messa e i bagolinesi vengono presi ad archibugiate.
Il giorno dopo, festa di San giacomo, i bagossi si presentano armi
alla mano e i Conti devono allontanarsi.
25 LUGLIO 1476: i Conti di Lodrone tentano di impedire la celebrazione
della festa del patrono: i bagossi scendono nel Piano con 300 uomini
armati, ma i Lodroni se ne sono già andati.
16 APRILE 1477: la Serenissima intima, pena una multa di mille ducati
a Bagolino e di duemila ai Lodroni, la cessazione di lotte e uccisioni
tra i contendenti.
ANNO 1520: per permettere la festa del patrono i
Conti di Lodron pretendono dal Comune la somma di 60 ducati; Bagolino
si oppone. I Lodroni allora si portano in San Giacomo e ivi feriscono
un oste e la moglie. La repubblia di Venezia, informata dell'accaduto,
attua l'embargo e vieta il passaggio sul suo territorio delle vettovaglie
dirette ai Lodroni. I Conti sono costretti a patteggiare con i bagossi.
28 LUGLIO 1535: il Comune, rimarcando l'importanza
politica e religiosa che aveva la choesa di San Giacomo, arriva
addirittura ad imporre multe salate ai paesani che non partecipano
alla festa del Patrono.
5 AGOSTO 1535: i Contu du Lodrone pugnalano nell'ostello
di San Giacomo, un certo Giovanni Ambrosi di Bagolino.
ANNO 1569: non solo i rappresentanti di ogni famiglia devono portare
armi proprie, ma il Comune stesso elegge anualmente i "capi
per la festa di San Giacomo" e altri uomini a quali vengono
date delle armi che nell'anno 1569 erano: tre armi d'asta, cinque
archibugi, uno schioppo. In più venivano eletti appositi
incaricati con il compito di potare le bandiere e "sonar li
tamburi".
16 FEBBRAIO 1636: viene tolto l'interdetto voluto per motivi politico-amministrativi
dal Vescovo di Trento E. Madruzzo, nel 1633, che impediva di celebrare
la messa in San Giacomo.
I bagolinesi continuarono a frequentare la lro antica chiesa che
ancora nella seconda metà dl diciannovesimo secolo ospotava
stabilmente fino alla costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe
in Ponte Caffaro, un coadiutore parrocchiale dedito a celebrar messa,
alle confessioni, ai battesimi, alla predicazione cristiana e all'insegnamento
scolastico.
L'ESTERNO
La chiesa milenaria si presenta con la facciata a
capanna ed un pronao a tre arcate, aggiunto nel 1600, che reca ancora
tracce di antichi affreschi; all'esterno del portico, sulla destra,
compare un grande San Cristoforo mentre, al centro, vi era il leone
alato simbolo di Venezia. Il campanile, della seconda metà
del diciannovesimo secolo, alto sei metri, sostituisce quello più
vecchio, alto solo tre metri, che non permetteva al suono delle
campane di raggiungere tutti gli abitanti del Piano. L'antico ostello
posto accanto alla chiesa reca impresso, sulla porta, lo stemma
di Bagolino.
INTERNO E MAGGIORI OPERE D'ARTE
Della primitiva costruzione la chiesa, a navata unica,
conserva l'abside ed i gradini che discendono nell'ex cappella dedicata
al culto di San Valentino, oggi sacrestia.
La navata, con le capriate del tetto sostenute da due arconi, riceve
una pioggia di luce dalle finestre che corrono alte lungo le pareti
della chiesa. L'interno spoglio e suggestivo nella sua semplicità,
conservava chiusa nella soasa lignea dell'abside una preziosa tela,
ora nella parrocchia di Ponte Caffaro, unica opera rimasta in territorio
bresciano del pittore Josephus Salviatus (G. Porta). Il quadro che
raffigura la Madonna col Bambino ed i Santi marco, Filippo Valentino
e Jacopo è stato acquistato dal Comune di bagolino nell'anno
1568.
ALTARE DI SINISTRA
L'altare era dedicato alla Madonna di San Luca e
conservava un dipinto, oggi collocato sull'altare maggiore, che
raffigurava in copia la taumaturga Madonna di Bagolino. La coppia
dipinta agli inizi del diciasettesimo secolo per il Cpnvento di
bagolino, è opera del Raminca (pittore locale). Questo quadro
sfuggito al saccheggio del Convento avvenuto durante il tempo della
Cisalpina, dopo alterne vicende, viene donato alla chiesa di San
Giacomo nel 1860 dai discendenti di M. Dagani detto "Scagn"
che, nel frattempo, ne erano venuti in possesso.
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La
Cappella di S. Antonio
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Sotto
la sacrestia di sinistra si può vedere la cappella dedicata
ai santi Filippo Neri e Antonio da Padova.
Interessanti sono gli affreschi della volta.
Ricca e armonica è la soasa dell'unico altare che racchiude
una tela con i due Santi e la Vergine, firmata A.R.
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La
Chiesa di San Lorenzo
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| LA STORIA
La chiesa di S. Lorenzo, un tempo cappella dell'antico
cimitero, conserva della pimitiva costruzione solo l'abside e i
resti di due finestre gotiche, murate. Fu distrutta più volte
da incendi (nel 1779 e nel 1915): è stata ristrutturata recentemente
conservando le strutture che le erano state date nel rifacimento
del 1924.
L'INTERNO
Il primo altare di destra ha una tela dell'Itagliani
raffigurante il martirio di S: Lucia.
Nel secondo possiamo ammirare S. Antonio abate del Ridolfi.
di frinte c'è il quadro più famoso di A. Moreschi
il pittore di Bagolino del '1600. La Natività copia di quella
del Savoldo conservata nella pinacoteca di Brescia.
Nel primo nicchione di sinistra vi trova posto un'altra tel adel
Moreschi raffigurante Gesù presentato al tempio.
Nella porta di sinistra ora murata è collocata una lunetta
proveniente dalla chiesa degli Adamino che raffigura l astessa famiglia
offrente la chiesetta alla Madonna.Anonima è l apala dell'abside
racchiusa in una pregevole soasa, con la Madonna tra S. Giuseppe
e S. Lorenzo. Di tutti gli altri quadri non si conosce l'autore.
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Casa
di Riposo San Giuseppe
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La grossa
mole che sovrasta il paese è l'antico convento fondato dalla
Beata Versa Da Lumi nel 1517. Nel tempo ha subito varie trasformazioni,
ora è casa di riposo.
Ingloba una chiesetta dedicata al Sacro Cuore di gesù dove
si può vedere la pala della chiesa dei Santi Gervasio e Protasio
di gianbattista Motella e un'assunzione di maria al cielo di anonimo.
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La
Chiesa di San Rocco
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| LA
STORIA
La parte più antica della chiesa è
il presbiterio che racchiude un ciclo di affreschi di Pietro da
Cemmo. Una leggenda lo vuole costruito su ruderi di un tempietto
etrusco.
Tutto il corpo della chiesa fu aggiunto per voto a S. Rocco dopo
la peste del 1577.
La statua raffigurante il santo è conservata nell'ononima
ancona e viene scoperta solo in agosto, il giorno di S. Rocco.
L'INTERNO
L'altare di S. gennaro racchiude una tela del Cacetti,
un pittore Bolognese.
Nella nicchia di fronte c'è un quadro di Anna Baldissera
raffigurante S. Carlo Borromeo con i Santi Giovita e Faustino.
L'ancona di S. Rocco è composta da elementi di epoche diverse.
La tela dell'Immacolata è opera di Clemente Bordiga un pittore
di Bagolino vissuto nel 1600.
Interessante è la visione del paese tra i Santi Rocco e Francesco.
Il martirio di S. Stefano è opera dell'Itaglaini.
La statua di S. Antonio Abate è del XV secolo ed esce dalla
bottega degli Zamara.
GLI AFFRESCHI DI G. PIETRO DA CEMMO
(commentati dal prof. Ginevra Zanetti)
Recandosi
nella chiesa di S. Rocco, non ci si affretti a vedere le singole
pitture. Ci si trattenga invece un momento, a metà delle
navate, si concentri l'attenzione con uno sguardo unitario su tutto
il complesso architettonico e pittorico dell'artistico presbiterio
si avranno delle sorprese.
Solo così, infatti, si scoprirà il suggestivo aspetto
scenografico di quella costruzione gotica quattrocentesca che appare
come una tenda aperta su un immenso scenario, ove sono rappresentati
in genial eforma figurativa ed in collegamento logico, i due principali
avvenimenti storici mediante i quali si attuò la Redenzione
umana: "l'Annunciazione e la Crocifissione":
Alla destra dell'arco d'ingresso è dipinta la Vergine Annunciata
(Mater Dei); a sinistra l'arcangelo Gabriele annunciante (Procurator
Dei).Nella figura dell'Annunciata sono trasfuse chiare reminescenze
del Pollaiolo, di Piero della Francesca e di Filippo Lippi; e in
quelle dell'angelo è sorprendente l'influsso di Sandro Botticelli.
Sull'alto dell'arco d'ingresso si intravede ancora la figura del
soggetto principale del grande dramma della Redenzione. l'Eterno
Padre.
Poco al di sotto sono almeno in parte visibili figure di Angeli
e di Profeti.
Prospettato così il mistero dell'ncarnazione, preludio a
quella della Redenzione, il pittore teologo dipinse stupende figure
di Sibille, ispirate, si direbbe, ai ritratti delle dame più
illustri delle famiglie principesche italiane del suo tempo.
Dipingendo queste profetesse del mondo pagano, il Da Cemmo volle
rappresentare ai fedeli l'univeralità dell'attesa del Messia
Redentore.
Nelle quattro volte a vela spiegata campeggiano su sfondo azzurro
stellato e circondato da Angeli, le ieratiche figure dei quattro
Evangelisti; nei pennacchi sono dipinti i simboli di ciascuno di
essi, ed i quattro dottori della Chiesa d'Occidente: S. Gerolamo,
S. Ambrogio, S. Agostino e S. gregorio Magno.
Gli Evangelisti, come storici del Nuovo Testamento, costituiscono
un ideale, collegamento tra Annunciazione (Mistero Prologo) e la
grandiosa Crocifissione, che occupa tutta la parete di fondo, raffigurando
il mistero epilogo, ossia la Redenzione, vista dal pittore teologo
come centro della storia dell'umantà.
Una folla immensa, costituita da innumerevoli persone diverse pe
aspetto ed atteggiamenti, eppur mirabilmente unitaria nel complesso,
è dipinta sullo sfondo del Calvario a simboleggiare che dal
Sacrificio della Croce è sorto il Corpo Mistico della Chiesa,
nella quale ciascuno conserva tuttavia la propria individualità.
In alcune figure si ravvisano influssi del Masaccio; in quelle dei
cavalli si intravedono soòiglianza con quelli di Paolo Uccello
e di Andrea Castagno.
Nelle pareti laterali sono dipinti gli episodi principali della
vita di S. Rocco e di S. Sebastiano.
Questo suggestivo complesso pittorico rimasto per circa tre secoli
occultato in gran parte per l'arbitratrio collocamento di grandi
tele vistose, ma non di gran pregio, è stato felicemente
valorizzato dal sapiente restauro eseguito dal 1956 al '58 dal prof.
Ottemi Dalla Rotta.
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La
Chiesetta degli Adamino
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Si trova
appena fuori dal paese, tra il cimitero e la chiesa di S. Rocco. Fu
costruita nel 1614 da Gianfranco Dagani con sussidi del Comune e dedicata
alla Madonna della Neve, ma è detta degli Adamino perché
costruita sulle loro proprietà. Il campanile, la sagrestia,
il vestibolo e la cantoria furono aggiunti posteriormente, tra il
1670 e il 1680. La facciata, elegante per l'ottima proporzione tra
chiesa e campanile, è una tipica costruzione seicentesca; i
vuoti della porta di ingresso e delle finestre sono sormontati da
tre nicchie che contribuiscono, insieme alla bifora posta in alto,
a creare giochi di ombra e di luce. All'interno si trova il vestibolo
con due belle colonne bianche che sostengono la cantoria e danno all'unica
navata un maggior senso di movimento. Gli scalini dell'altare, in
marmo bianco cristallino, sono costituiti da pietre lavorate, provenienti
probabilmente da un portale. La soasa è semplice ma interessante.
La cimasa racchiude il busto del padre Eterno in rilievo. Faceva da
cornice ad una pala che nel 1972 fu trasportata altrove perché
rovinata; sotto fu scoperto l'affresco raffigurante la Madonna col
Bambino e S. Giovanni Battista. L'affresco non è molto interessante,
ne copre un altro visibile in alcune parti, chiuso entro un arco gotico.
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Il
Cimitero
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Procedendo
sulla stessa strada si raggiunge il cimitero, uno dei primi costruiti
dopo l'editto di Napoleone. Suggestive sono le cappelle di famiglia
in stile neogotico affacciate sulla strada. L'unica in granito è
di stile sobrio ed elegante. All'interno vi è un notevole patrimonio
di croci di ferro battuto, vera testimonianza di come a Bagolino si
lavorava il ferro.
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La
Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio
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La chiesa
sorge sull'omonima roccia prospiciente il paese, a 956 m. s.l.m..
Nei documenti dell'archivio la chiesa è nominata fin dal 1598.
L'insieme della costruzione comprende la chiesa, l'abitazione dell'eremita
(dove si trova la cisterna nella quale, secondo la leggenda, nascono
i bambini), il campanile e un'altra costruzione ad uso dei pellegrini.
La facciata della chiesa è a capanna, all'interno due parti
nettamente separate: la prima, ampia e con le capriate scoperte, la
seconda, che ha funzioni di presbiterio, intonacata e affrescata.
Nel 1653 la chiesa fu ampliata e abbellita con affreschi e marmi che
formano l'arco di accesso con stelle, fiori in rilievo; di marmo sono
anche i gradini dell'altare. La pala è una copia della Madonna
con S. Gervasio e Protaso di Giovanbattista Motella e coglie il paese
raffigurato in tutti i suoi particolari: la torre del vecchio comune,
nel quartiere di Cavril, la chiesa sovrastante la borgata e a destra
il quartiere di Visnà. L'originale del quadro si trova presso
la casa di riposo S. Giuseppe. La soasa è sobria ma elegante;
purtroppo la parte centrale del timpano è stata trafugata.
Gli affreschi che si trovano entro le lunette della parete del presbiterio
raffigurano: i Santi Gervasio e Protaso che vegliano il sonno di S.
Ambrogio, il martirio di S. Protaso, quello di S. Gervasio e la venerazione
dei due santi. Sono in buono stato con colori di stravagante vivacità.
Benché alcune figure siano sproporzionate, i visi, in modo
particolare quelli degli aguzzini, sono di un realismo truce e ricordano
quelli di Esine, del Romanino.
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La
Chiesa di San Giacomo
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Si trova
prima di Ponte Caffaro, sulla sponda destra del lago d'Idro. Della
sua esistenza si ha notizia fin dal IX secolo quando essa dipendeva
dai benedettini del monastero di S. Pietro in Monte che insegnavano
agli abitanti del luogo a coltivare e bonificare l'acquitrinoso Pian
d'Oneda. La chiesa fu dedicata a S. Giacomo protettore dei pellegrini;
poiché vi era una casa per ospitare i viandanti che transitavano.
L'edificio primitivo subì modifiche durante i secoli: si arricchì
di un pronao affrescato; l'abside e le finestre presero un'impronta
seicentesca, l'unica navata rimase invece pressoché intatta
con le capriate del tetto sorrette da due semplici arconi a sesto
acuto. La facciata a capanna è semplicissima, caratterizzata
da tre archi: quello centrale praticabile, gli altri due sono sormontati
da finestre rettangolari, che la fanno assomigliare a quella di un'abitazione
civile. I pilastri e parte della facciata mostrano resti di affreschi.
L'interno è di un'austerità francescana per la semplicità
delle capriate evidenziate dalla luce che entra abbondante dalle finestre.
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