Mese: dicembre 2017


Paccheri con Ciuffetti di Calamaro


Ben ritrovati cari lettori in questa nuova ricetta. Oggi un primo piatto di mare con ingredienti di qualità dal sapore sopraffino. I Paccheri con Ciuffetti di Calamaro.

Nato dalla tradizione Napoletana questo piatto Partenopeo racchiude in se profumi e consistenze meravigliosi. Variante della famosa Calamarata, nome molto spesso abusato, che prevede l’utilizzo di un formato di pasta più corto, che ricorda, come forma, quella di un anello di totano con cui viene servita.

Il trucco della buona riuscita della ricetta risiede nella cottura dei due ingredienti principali. La pasta, molto al dente ed i ciuffetti di calamaro, appena scottati.

Vediamo insieme gli ingredienti (1 porzione)

  • Paccheri lisci : 80 gr
  • Ciuffeti di Calamaro : 100 gr
  • Pomodorini o pomodoro da sugo : 50 gr
  • Aglio : 1 spicchio
  • Peperoncino : 1 piccolo
  • Olio Extravergine di Oliva q.b.
  • Prezzemolo q.b.

Cominciamo dalla pulizia dei ciuffetti di calamaro. Con il pollice e l’indice della mano afferrate il mollusco all’attaccatura di testa e tentacoli e tirate per separarli. Infilate un dito all’interno del ciuffo per eliminare la bocca. Strappate i due tentacoli più lunghi.

Il risultato al termine è dato dalla presenza dei soli ciuffi di tentacoli che vedete in foto che aprirete a metà.

Mettete a bollire l’acqua salata per la pasta. Il pacchero va mantenuto al dente ma prevede comunque una cottura di 20 minuti, tempo troppo lungo per preparare il sugo.

Passiamo al pomodoro. Se avete optato per dei ciliegini tagliateli a metà altrimenti formate una dadolata grossolana.

Quando mancheranno circa 7 minuti al termine della cottura della pasta fate scaldare in una padella antiaderente l’olio extravergine, uno spicchio di aglio e il peperoncino. Una volta dorati rimuoveteli e aggiungete il pomodoro ed i ciuffetti di calamaro. Aggiustate di sale e fate scottare per circa 5 minuti finchè non vedrete i molluschi arricciarsi. Il segreto sta tutto in questo passaggio, che se prolungato farà si che il pesce risulti duro e stopposo. Aggiungete un paio di cucchiai di acqua della pasta carica di amido e saltate insieme ai paccheri per 2 minuti. Un giro di prezzemolo fresco appena tritato termina il piatto.

E voilà, un primo eccezionale con sapori mediterranei intensi molto profumato.

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Bon appètit

Storia del melone d’inverno, bene prezioso per le famiglie contadine


La storia del melone d’inverno affonda le sue radici nella cultura e nelle abitudini delle famiglie contadine siciliane, in particolare nell’usanza di conservare e consumare i meloni verdi e gialli anche durante la stagione invernale, dopo l’estate della raccolta. Tradizionalmente i produttori erano chiamati nuvarari, dal campo in cui lavoravano, la nuara, che era anche il luogo in cui gli agricoltori e le loro famiglie permanevano durante il periodo della raccolta. Fra le distese coltivate venivano realizzati dei ricoveri, detti pagghiari, preposti ad ospitare le famiglie e a consentirne il riposo. La semina avveniva nel periodo tra maggio e giugno, direttamente in campo, in apposite buche nel terreno, dette ciacche. A questa fase succedeva quella di diradamento delle piante lasciandone una o al massimo due per postarella. Di seguito le piante venivano rincalzate per favorire lo sviluppo della pianta. Terminato il lavoro, i nuvarari rientravano in paese con i frutti che venivano conservati in casa, appesi al soffitto o riposti in un luogo fresco e ventilato. In tal modo i meloni riuscivano a mantenere intatte le loro caratteristiche durante l’inverno, addirittura migliorando il sapore con il passare del tempo. Il melone rappresentava quindi un bene prezioso per le famiglie contadine, che potevano ricorrere alla loro riserva di frutta fresca anche durante la stagione di magra.

Le origini della pianta, nel suo nome scientifico Cucumis melo, sono ancora incerte. Alcuni studiosi propendono per origini asiatiche, con una primaria diffusione in India e Cina, altri per quelle africane. La prima notizia storica certa risale al I secolo d.C. e si riferisce alla decorazione di un vaso, ritrovato ad Alessandria d’Egitto, e raffigurante una cornucopia nella quale si scorge la figura di un melone. L’introduzione nel nostro paese potrebbe risalire invece, come attestano alcuni dipinti rinvenuti ad Ercolano, all’Era Cristiana. Già nel IV secolo d.C. lo storico siciliano Diodoro Siculo citava il melone tra le piante coltivate in Sicilia. La coltivazione della varietà Inodorus sull’isola si estese a partire dal XVII secolo, restando per secoli appannaggio delle classi borghesi, che lo coltivarono nei loro giardini. La produzione restò limitata agli orti familiari fino agli inizi degli anni ‘40, quando furono realizzati i primi impianti a fini economici, nelle aree del trapanese. Solo dopo la metà degli anni ’70, in concomitanza con la crisi dei comparti vitivinicolo e cerealicolo, quando molti produttori spiantarono estensioni di vigneto, la coltura conobbe la diffusione su vaste superfici.